Il Grande Torino
« Gli
eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i
ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto "in
trasferta". »
(Indro Montanelli)
Ferruccio Novo, ovvero come costruire il mito
Novo non era un mecenate, ma un attento amministratore: era entrato
al Toro giovanissimo, addirittura vestendone la maglia di giocatore,
nel
1913: giocatore non eccelso («
Ero una schiappa»
diceva sorridendo), continuò negli anni a seguire la squadra con
entusiasmo da tifoso prima, con compiti di socio-finanziatore e
consigliere poi, una volta avviata con il fratello una fabbrica di
accessori in cuoio.

Le prime mosse in granata furono dunque quelle di riorganizzare la società e, seguendo i suggerimenti di
Vittorio Pozzo,
rendere la gestione più simile ai modelli delle squadre inglesi, allora
all'avanguardia: si circondò di collaboratori competenti, come gli ex
giocatori
Antonio Janni e
Mario Sperone (
Campioni d'Italia del 1928), e
Giacinto Ellena; a Rinaldo Agnisetta venne affidato il ruolo di amministratore delegato,
Roberto Copernico (aveva un negozio di abbigliamento in centro) fu chiamato al ruolo di consigliere, all'inglese
Leslie Lievesley andò il ruolo di allenatore delle giovanili, mentre la guida tecnica fu data a
Ernest Egri Erbstein (che, in quanto di origine
ebraica, a causa delle
leggi razziali collaborò lungamente in incognito).
Il primo "colpo" di Novo fu senz'altro l'acquisto dal
Varese del talentuoso diciottenne
Franco Ossola
che, con il senno di poi, ha rappresentato la prima pedina dello
squadrone: fu prelevato per 55mila lire, poco per l'epoca, dietro
suggerimento di Janni (che allenava proprio il Varese) e di Ellena.
Fece il suo esordio il
4 febbraio1940, un
Novara-Torino 0-1. Quell'anno Ossola giocò poi altre due partite (contro
Bologna e
Napoli).
L'Italia entra in guerra, il calcio va avanti
L'Italia, che sino ad allora era rimasta alla finestra, il
10 giugno1940 entra nel
conflitto mondiale al fianco della Germania.
Mussolini
era talmente sicuro che si sarebbe trattato di una "guerra lampo", che
annunciò anche che i calciatori sarebbero rimasti a casa, sostenendo
che "
Servono più sui prati che all'esercito".
L'anno successivo
Ossola
mostra il proprio valore: è capocannoniere granata, realizza 14 reti su
22 presenze, ma la squadra nel suo complesso non muta fisionomia.
Termina lontano dalla
vetta, 7° con 30 punti, 9 in meno del
Bologna tricolore. Si ritirano quell'anno due giocatori:
Oberdan Ussello, che andrà ad occuparsi del settore giovanile, e
Raf Vallone, che preferisce dedicarsi al cinema e al teatro.
La lungimiranza di Novo gli permise di approfittare del clima di
stagnazione, e scarsi investimenti. I soldi per il calcio erano pochi,
e Novo giocò d'anticipo. In vista del campionato
1941/
1942 portò in granata ben cinque nuovi giocatori: dall'
Ambrosiana per 250mila
lire arrivò
Ferraris II, l'ala sinistra della Nazionale
campione del mondo 1938; dalla
Fiorentina, su suggerimento di
Ellena, arriva
Romeo Menti,
un'ala veloce con facilità di piede e tiro potentissimo (operazione
portata a termine attraverso uno scambio con Gei, appositamente
prelevato dal
Liguria per 300mila lire); quindi
Alfredo Bodoira,
Felice Borel e
Guglielmo Gabetto, un terzetto proveniente addirittura dai "nemici" bianconeri.
L'arrivo in granata di Gabetto è merito di Borel il quale, forse per
ripagare Novo della fiducia con cui lo prelevava dalla Juve dopo alcuni
anni di incomprensioni tecniche, rivela che Gabetto, che alla Juventus
consideravano ormai "spremuto", sarebbe stato ceduto al Genoa per
300mila lire. Borel suggerì di alzare il prezzo e Novo portò in granata
il centravanti per 330mila lire.
Dal "metodo" al "sistema"
Svolta nella svolta.
Borel, che in futuro avrebbe ricoperto il ruolo di allenatore,
Ellena e Copernico suggeriscono a Novo di tentare di applicare nel Torino la tattica del "sistema", un nuovo
modulo di gioco che si affacciava in quegli anni.
Sino ad allora la tattica che andava per la maggiore era il "
metodo", un tipo di disposizione più difensiva, che aveva consentito all'
Italia di
Pozzo di vincere i Mondiali del
1934 e del
1938
e la cui forza era data soprattutto dal contropiede. In difesa c'erano
solo due terzini e un centromediano che faceva la spola in avanti
appoggiando la manovra offensiva per poi rientrare; in mediana la fase
offensiva era impostata dai centrocampisti, mentre le ali avevano il
compito di servire i palloni per il centravanti. La fase realizzativa
non era semplice in quanto la
regola del fuorigioco
prevedeva dovessero esserci tre giocatori tra l'attaccante e la porta:
bastava dunque far avanzare un solo difensore per far scattare la
trappola del fuorigioco.

Nel
1926 venne cambiata la
regola del fuorigioco:
fu portato a due il numero di giocatori necessari per far scattare il
la penalità. Ciò creò subito non poche difficoltà alle squadre
dell'epoca ed aumentò notevolmente il numero di realizzazioni in
campionato.
Fu così che negli
anni trenta l'inglese
Herbert Chapman, tecnico dell'
Arsenal,
sviluppò una nuova tattica, detta appunto "sistema" o "WM", dal tipo di
disposizione tattica: in pratica una sorta di 3-2-2-3, con tre
difensori, quattro centrocampisti (due mediani e due interni), tre
attaccanti posti ai vertici di una W e una M. Chapman, per cautelare la
fase difensiva, scelse di arretrare un mediano alla linea dei
difensori, creando di fatto lo "
stopper",
mentre i terzini marcavano le rispettive ali. I compiti di marcatura
erano più semplici, ed essendo uno schieramento speculare nasceva anche
la marcatura a uomo. Ma il sistema era anche più dinamico, più
equilibrato e, se giocato con i giusti interpreti, era una tattica che
per la prima volta garantiva il controllo della zona nevralgica delle
azioni: il centrocampo. Questo era impostato su quattro giocatori
disposti a quadrato (in quanto posti appunto ai vertici della W e della
M cui accennato poc'anzi) e prevedeva l'impiego di due mediani e due
mezzepunte. Novo approvò il suggerimento e decise di impostare il suo
Torino su questa tattica.
Chiamò così il tecnico ungherese
Andreas Kuttik al posto di
Tony Cargnelli.
Egli provvide ad utilizzare Ellena in posizione di centromediano
"sistemista", ruolo che aveva già ricoperto nella Fiorentina, sino ad
allora unica in Italia ad averlo sperimentato seppur con scarso
successo. La scelta diventava alfine quantomai interessante anche per
lo stesso
Pozzo,
sempre in sella come Commissario Unico della Nazionale, che aveva
iniziato a plasmare la sua Nazionale proprio sul "blocco" Torino.
Il
campionato 1941-1942 fu appannaggio della
AS Roma.
Quell'anno furono soprattutto due sconfitte a tradire il Toro: al primo
turno di Coppa Italia e in Campionato, a tre giornate dalla fine,
contro il Venezia di Loik e Mazzola.
L'opera si completa, nasce la Grande Squadra
Quella del 1941/42 è una
rosa
ormai molto competitiva e collaudata ma, come accennato, le due
capitolazioni che costano la partecipazione alla Coppa Italia e le
ambizioni di scudetto avvengono tutte contro la stessa squadra, il
Venezia di
Mazzola e
Loik.
Il primo è un regista sopraffino, il secondo un'ala veloce; sono già perni della Nazionale di Pozzo. Novo intuisce che sono le ciliegine che mancano alla torta
per rendere la squadra imbattibile. Al termine di un Venezia-Torino,
terzultima di campionato, che in pratica mette fine ai sogni tricolore
dei granata, Novo scende negli spogliatoi e tratta direttamente
l'acquisto dei due, che finiranno sotto la Mole per 1.400.000 lire
dell'epoca insieme ad altri due giocatori (Petron e Mezzadra).
Particolare curioso: sulle tracce dei due c'era anche la
Juventus, venivano seguiti da
Virginio Rosetta, e più volte l'affare con i bianconeri pareva quasi sul punto di essere concluso. Poiché il presidente bianconero
Piero Dusio
tergiversava, il dinamismo di Novo scombussolò i piani dei cugini e
diede allo scacchiere tattico quelle due ciliegine che mancavano. Così
nasceva l'undici destinato ad essere ricordato come il
Grande Torino.

Al via della stagione 1942/43, a disposizione dell'ungherese Kuttk,
c'è una rosa che comprende giocatori di prim'ordine: gli esperti
portieri Bodoira e Cavalli; difensori di esperienza come Ferrini ed
Ellena e di qualità come Piacentini e Cassano; a centrocampo i veterani
Baldi e Gallea, con i nuovi Ezio Loik e Mazzola; davanti Menti e
Ferraris, senza dimenticare ovviamente Gabetto e Ossola.
Sulla carta è il Toro la squadra da battere, eppure la partenza non
è delle migliori: il Toro si trova così a lottare contro la sorpresa
Livorno.
Questo duello dà vita ad un campionato avvincente, risolto solo
all'ultima giornata quando il Toro, con un gol di Mazzola, espugna Bari.
Il Toro riesce a vincere anche la Coppa Italia proprio contro il
"terribile" Venezia dell'anno prima e diventa la prima squadra a
centrare una simile "doppietta". La partita si gioca a Milano e i
granata, grazie ad una doppietta di Gabetto e reti di Mazzola e
Ferraris II, ottiene la vittoria con un secco 4-0.
Campionato di guerra 1944
Nel
1944 l'Italia, ormai devastata dalla guerra, è spezzata in due dalla
linea gotica. Il
regime fascista
è caduto, l'esercito americano avanza nel sud della penisola. Eppure i
campionati di calcio, per salvare le apparenze, vanno avanti e, su
decisione della Federazione, hanno un'organizzazione a gironi. I
trasferimenti sono comunque difficoltosi poiché i bombardamenti degli
Alleati, interrompendo sovente i collegamenti ferroviari, costringono
chi viaggia ad affrontare lunghi percorsi a piedi.
Per evitare i rischi di chiamata alle armi, molte squadre si
ingegnano: con astuzie diplomatiche, assicurano i propri campioni alle
industrie più importanti del paese, facendoli passare come elementi
indispensabili alla produzione dell'industria bellica nazionale,
riuscendo di fatto ad esentarli dall'impiego al fronte.
Il Torino di Novo trova così una (ai giorni nostri impensabile) collaborazione con la
FIAT,
dando vita al "Torino Fiat", un nome simile a quello di una squadra
aziendale. In effetti, Mazzola e gli altri, per salvare le apparenze,
sono di fatto operai della Fiat. Alcune foto dell'epoca li ritraggono
al tornio e alle macchine utensili.
La Juve, del resto, emigra ad
Alba e si abbina alla
Cisitalia, azienda automobilistica appartenente all'allora presidente bianconero
Piero Dusio.
Nel Torino giocano il portiere Griffanti, del "giro azzurro", prelevato dalla Fiorentina e il vercellese
Silvio Piola, centravanti proveniente dalla
SS Lazio, salito al nord per prendere la famiglia e portarla nella Capitale e rimasto invece bloccato in alta Italia in seguito all'
armistizio.
Il campionato "vero" si gioca solo al nord e, nella prima fase a
gironi, il Torino gioca nel girone Ligure-Piemontese. La squadra
granata si rivela una schiacciasassi: seppellisce 7-1
Genoa e
Biellese, regola per 7-0 l'
Alessandria, martirizza per 8-2 il
Novara, strapazza per 5-0 anche la Juve. Nel girone di semifinale se la vede con l'
Ambrosiana, il
Varese
e i "cugini" bianconeri. Pur zoppicando nei derby (una sconfitta 1-3 e
un pareggio 3-3), fa il pieno di punti contro le lombarde,
aggiudicandosi così la fase finale a tre (Torino,
Spezia e Venezia) che si gioca a Milano.
Ma quel Torino che, seppure non al completo, poteva contare su
giocatori di prim'ordine, alla fine perderà lo scudetto. Complice un
incontro non ufficiale della Nazionale, organizzato per motivi di
propaganda, disputato a Trieste solo due giorni prima della sfida
contro lo Spezia. Nonostante la trasferta resa difficoltosa dalle
operazioni di guerra, il presidente Novo, sottovalutando gli avversari,
rifiuta la proposta della Federazione di rinvio della gara contro gli
spezzini che, più freschi, non lasciano Milano. Lo Spezia veniva dal
pareggio 1-1 contro il Venezia. L'incontro decisivo termina a sorpresa
con la vittoria dei "Vigili del Fuoco" per 2-1, rendendo dunque inutile
la successiva e rabbiosa vittoria del Torino contro i lagunari per 5-2.
1945: Dopo la Guerra, torna anche il calcio
In queste condizioni, la
Federazione decise di far ripartire il campionato di
calcio con una formula
una tantum. Per la prima volta dal
1929, il torneo non fu disputato
a girone unico.
Nel
Nord del paese fu organizzato un
Campionato dell'Alta Italia che si poneva in continuità con quello prebellico di
Serie A, essendovi ammesse tutte le società che avrebbero avuto titolo a partecipare alla massima serie della soppressa stagione
1943-
44. Nel
Meridione
la situazione era ancora più complessa, non essendoci ivi sufficienti
società aventi titolo alla massima serie. La soluzione fu trovata
organizzando un
Torneo Misto fra le squadre di
Serie A e quelle di
Serie B.
Solo alla conclusione dei due raggruppamenti le prime quattro
classificate di ogni campionato si sarebbero qualificate al girone
finale che avrebbe determinato la vincitrice dello
scudetto, con una formula che ricordava non poco quella dei campionati precedenti il
1926, con l'unica differenza che in quegli antichi tornei si qualificavano alla
finalissima
nazionale solo due squadre. Per questo complesso meccanismo il
campionato 1945-46, pur comparendo regolarmente negli albi d'oro, non è
assimilato a quelli di
Serie A e non compare nelle relative statistiche.
Il "Grande Torino" del 1945-46
Praticamente difesa rivoluzionata e attacco identico al passato, per questa squadra che Novo affida al torinese purosangue
Luigi Ferrero, valida ala sinistra granata dell'immediato anteguerra, che come allenatore si era ben comportato a
Bari.
L'inizio non è molto promettente, alla prima giornata c'è subito il
derby e subito la prima sconfitta: decide l'intramontabile
Piola - passato ai bianconeri dopo la parentesi granata del
1944 - con un preciso
rigore.
Ma il Torino lascia subito intendere che si è trattato di un
autentico infortunio quando nelle due giornate successive realizza
undici goal senza subirne nessuno contro
Genoa e
Sampierdarenese,
iniziando una travolgente marcia nel suo girone, che lo porterà a
battere tutti i record. I granata si "vendicano" anche della
Juventus nel derby di ritorno, in calendario a gennaio ma recuperato a metà marzo, con una rete del poderoso
Castigliano. Il
girone si chiude con tre punti di vantaggio sull'
Inter, seguito da
Juventus e
Milan. Nel girone finale accedono anche, dal
Sud,
Napoli,
Bari,
Roma e
Pro Livorno.
L'inizio è travolgente: il Torino
gioca
a Roma, e con i suoi schemi armoniosi, con la sua potenza realizza sei
goal in mezz'ora, uno ogni cinque minuti. Si limita a fare
dell'accademia solo nel secondo tempo quando si accorge di stare
umiliando la squadra della capitale realizzando solo una rete in più.
La gente è prima allibita, poi applaude. Ci sono altre partite
trionfali in questo girone finale, come un 7 a 1 al Napoli e il 9 a 1
dell'ultima giornata con la Pro Livorno che non è più la squadra
garibaldina di tre anni prima. Ma c'è qualche rischio, perché la
Juventus è cresciuta di tono rispetto alle eliminatorie, batte il Toro
all'andata (ancora un rigore di
Piola)
e alla penultima giornata guida con due di vantaggio. Ma c'è il derby
di ritorno, che vale tutta la stagione: il possente e lucido Torino non
fallisce l'obiettivo e un goal di
Gabetto aggancia i bianconeri in testa alla classifica.
All'ultima giornata, come già scritto, i granata rifilano al
Filadelfia nove reti al Pro Livorno, mentre la Juve a Napoli non riesce ad andare oltre l'uno a uno. È
scudetto per il Toro, il terzo della sua storia, il secondo trionfo dello squadrone di
Ferruccio Novo.
Campionato 1946/47
Le ferite della guerra si stanno rimarginando, il calcio torna al
girone unico e contribuisce ad unire di più l’Italia. II campionato,
per la difficoltà immediata di mettere in fila le sedici migliori, si
disputa con un
gigantesco torneo
a venti squadre, quindi 38 giornate che occupano l'attenzione dei
tifosi da settembre al luglio successivo. II Torino non ha apportato
modifiche sostanziali al suo telaio, ma ha rafforzato il parco
giocatori.
Novo
è oculato, non vuole farsi prendere in contropiede quando qualche pezzo
della squadra magica comincerà a invecchiare. Insieme al ritorno di
Romeo Menti, arrivano il mediano mantovano
Danilo Martelli dal
Brescia, il terzino-stopper
Francesco Rosetta del
Novara, il portiere
Piani, il
vercelleseTieghi.
Non ci sono grossi problemi per l'allenatore
Ferrero,
la squadra è talmente matura e conscia delle proprie possibilità che si
amministra bene da sé. Forse è fin troppo conscio delle sue
possibilità, l’undici granata, perché comincia il campionato al piccolo
trotto, quasi per dare agli altri un vantaggio, per avere poi più gusto
a ritornare in vetta.
Così c'è un pareggio casalingo con la
Triestina, all’esordio, e dopo la vittoria di stretta misura in casa della
Lazio un altro pareggio con la giovane
Sampdoria, poi addirittura la sconfitta in casa di quel
Venezia
sempre orgoglioso malgrado ragioni di cassetta gli abbiano fatto cedere
i migliori giocatori. Malgrado gli sforzi il Venezia però a fine
stagione retrocederà con Brescia e Triestina.
Italia-Ungheria 3-2 con 10 giocatori del Torino
Alla quinta c'è il
derby, la
Juventus sta facendo risultati,
Piola regge ancora, al suo fianco alla mezzala c'è un
cecoslovacco di talento,
Vycpalek.
E uno zero a zero nervoso e poco brillante, dopo cinque giornate il
Torino è riuscito a collezionare la miseria di cinque punti, Juventus e
Bologna stanno andando forte.Ma dalla sesta il Torino produce la sua prima grande fiammata, si
dimostra imbattibile per autorità, potenza, stile, eleganza del suo
gioco. Ottiene sei successi consecutivi con punteggi che non lasciano
ombra di discussione, alla tredicesima giornata è in testa. Merita però
soffermarsi un istante sull’ottava giornata,
10 novembre1946, quando arriva al
Filadelfia il Bologna imbattuto da sette domeniche, con l’acrobatico portiere
Vanz che non ha ancora subito un goal dall’inizio del torneo. Dopo pochi minuti
Grezar
non trasforma un rigore, Vanz sembra protetto da un incantesimo. Ma i
granata chiudono implacabili il Bologna nella sua metà campo, lo
stringono d'assedio. Intorno al ventesimo minuto la palla giunge a
Castigliano
che dal limite dell'area spara al volo "mettendo nel tiro la volontà di
vittoria di tutta la squadra", scrivono le cronache di allora. Vanz non
vede neppure la palla, il Torino poi dilaga e va a vincere per quattro
a zero. Negli spogliatoi si sentirà il presidente
Dall'Ara
gridare ai suoi: "Ma siete ammattiti, non sapete che nel Torino segnano
anche i mediani? E ne lasciate libero uno! Sapete almeno chi è
Castigliano?".
II successo più sonante di questa fase arriva con la
Fiorentina,
7 a 2. La Juventus però non molla, il Torino si distrae di nuovo per un
attimo e perde la testa della classifica quando viene sconfitto dall’
Alessandria del terzino nazionale
Rava e del portiere
Bodoira, ex granata. Ma, insieme al pareggio interno con il
Modena
che arriva due settimane dopo, è l’ultima concessione che il Torino fa
al campionato per renderlo interessante. Dal ventunesimo turno i
granata tornano soli al comando rafforzando via via la loro posizione,
finendo per vincere il torneo con dieci punti di vantaggio sui
bianconeri. II girone unico lungo ed estenuante, una specie di
maratona, è ciò che ci vuole per esaltare Ie doti di fondo, tecnica e
carattere di questo meraviglioso squadrone. I granata, dopo un ultimo
passo falso con la Sampdoria (l’unica formazione che in questo torneo
riesce a portare via al Torino tre punti su quattro) infilano una serie
finale di sedici partite utili consecutive, delle quali ben quattordici
sono vittorie, a cominciare da quella nel derby propiziata da
Gabetto, per andare ad altri sonanti successi, come cinque goal all'
Inter e all'
Atalanta, sei al
Vicenza, al
Genoa e al
Milan. È uno spettacolo pirotecnico quell'attacco, che conclude con 104 goal all'attivo, una media di quasi tre a partita, e con
Mazzola capocannoniere.
Campionato 1947/48
Lo sport sta di nuovo germogliando,
Fausto Coppi vince da dominatore il
Giro d'ltalia,
Consolini e
Tosi con i loro memorabili duelli nel
lancio del disco riportano il profumo dell'
Olimpiade, per la quale si effettuano i preparativi a
Londra. In questo rifiorire di iniziative e di volontà il
Torino, che è stata la prima squadra fin dal
1945 a riallacciare contatti internazionali con
club inglesi e
svizzeri, si avvia a giocare il suo campionato più entusiasmante, ammesso che si possa fare meglio ancora dell'
anno precedente, quando aveva staccato di dieci punti la
Juventus. II
commissario tecnico azzurro
Pozzo, quasi oppresso dalla superiorità granata, sperimenta una
nazionale dove trovano posto soltanto
Ballarin,
Maroso e
Mazzola e in
novembre l'
Italia viene sonoramente sconfitta a
Vienna per
5 a 1.

Ma veniamo al
campionato più lungo della storia del calcio italiano, disputato da ventuno squadre per motivi geopolitici, con il recupero della
Triestina
che era finita in serie B: un campionato che ha inizio a metà settembre
e si concluderà alla fine del giugno seguente praticamente senza
interruzioni, occupando ben quaranta giornate.

Questa volta il Torino parte con piu determinazione dell'anno
precedente, la concorrenza si è fatta agguerrita e ambiziosa, bisogna
tenere gli occhi bene aperti. C'è un esordio subito esaltante con un
quattro a zero al
Napoli, che comincia così la sua stagione più nera, al termine del campionato verrà retrocesso all'ultimo posto per un
tentativo di illecito e andrà in
serie B insieme alla
Salernitana, al
Vicenza, alla gloriosa
Alessandria. Gioca ancora, e segna,
Ferraris II, ormai sulla via del tramonto, che nel corso della stagione verrà rilevato da
Ossola.
Dopo uno scivolone alla seconda giornata in casa del
Bari che è sempre stato una temibile bestia nera per i granata, c'è l'esplosione con un sei a zero alla
Lucchese e soprattutto un sette a uno sul campo della
Roma. La Roma di
Risorti, di
Amadei e
Pesaola,
è completamente annichilita, annientata dal gioco corale di questo
squadrone che strappa applausi anche al pubblico nemico. È il preludio,
questo incontro, di un'annata davvero storica, irripetibile per
chiunque, dove crollano tutti i record; alcune partite fanno storia,
come il dieci a zero all'Alessandria, o il cinque a zero alla
Fiorentina il giorno di Capodanno, con
Gabetto che attira
Moro in uscita, gli alza la palla sul capo con un tocco di ginocchio, scatta oltre il portiere e si porta il pallone in rete.
Una formazione del "Grande Torino" nel 1947-48
Ma andiamo con ordine: ventun reti in sei giornate non bastano a liberare il Torino della concorrenza di
Juventus e
Milan, la stessa ripescata Triestina con qualche ritocco è tornata squadra competitiva e pericolosa. Nel primo
derby il Torino non va oltre il pareggio, si fa notare un biondino di nome
Boniperti che mette parecchio a disagio i granata. Poi arriva la sconfitta di
Bologna grazie a una rete del poderoso centravanti
Cappello e il Milan ne approfitta per staccarsi.
Ma i granata sono protagonisti di autentiche fiammate che
inceneriscono ogni avversario, quando decidono di spingere
sull'acceleratore. C'è un pirotecnico sette a uno alla Salernitana, un
cinque a zero all'
Inter
firmato da tutti e cinque gli uomini dell'attacco granata, un goal a
testa per non fare ingiustizie (sembra una battuta, questa, ma la
generosità, l'altruismo, la solidarietà fra giocatori era il punto di
forza di quello squadrone), poi arrivano sei reti alla Triestina e le
cinque alla Fiorentina di cui già abbiamo detto più sopra.
Proprio alla penultima giornata del girone di andata però nel
confronto diretto il Milan respinge il Torino: tre goal rossoneri nel
primo tempo, la fiammata granata riesce a ridurre il distacco a tre a
due, non a pareggiare contro
Annovazzi e
Carapellese, contro il goleador
uruguaianoPuricelli.
Il Torino termina così la prima metà di campionato staccato di due
punti dal Milan ed alla ventiquattresima i punti di differenza sono
diventati quattro (33 a 37) complici due pareggi con
Napoli e
Lucchese.
Gli appassionati di calcio seguono con trepidazione ed interesse
questa sfida: la macchina da goal granata riuscirà a capovolgere
l'esito del campionato, che sembra fatto apposta per esaltare le doti
di fondo del Torino, che si scatena all'inseguimento. Per tre giornate
consecutive (dalla ventiquattresima alla ventiseiesima) avanza a suon
di quattro goal con le malcapitate Roma,
Vicenza e
Pro Patria,
rallenta appena la domenica successiva pareggiando il derby con
l'irriducibile Juventus, ma quel punto basta per raggiungere i
rossoneri.
Due giornate insieme al comando, poi la fuga. Una fuga
entusiasmante, ventun giornate di campionato senza piu perdere dopo
quella sconfitta all'andata col Milan, due punti di vantaggio, cinque,
sette, dieci, dodici... Saranno sedici quando il
campionato si conclude ormai in estate, con sei successi consecutivi finali.
Per dire di una squadra che domina a piacimento le avversarie merita
ricordare il quattro a tre sulla Lazio della trentaseiesima. Il Torino
ha un inizio disastroso, a un certo punto
Bacigalupo sbaglia addirittura un rinvio con le mani e dà il pallone a
Penzo, che stoppa con calma e segna per i romani, in vantaggio a quel punto addirittura per tre a zero.
Allora
Mazzola chiama a raccolta i compagni che si scatenano; con una doppietta di
Castigliano, una rete di
Gabetto
e una di capitan Valentino, in mezz'ora il risultato è capovolto da
questa squadra che quando decide di vincere diventa irresistibile e
conclude con 29 vittorie su 40 partite, 125 goal segnati, una
cinquantina in più di Milan e Juventus, alla media di 3,12 a partita,
33 goal subiti, cioè meno di tutti.
Essendo un campionato a ventuno squadre per il ripescaggio della
Triestina, ogni domenica una squadra riposava. II turno di riposo del
Torino cade proprio l'ultima domenica di campionato ed i granata se ne
partono per una tournée in
Sudamerica con sette giorni d'anticipo e lo scudetto in tasca.
I bomber sono Mazzola (25 reti) e Gabetto (23), ma il biondino
Boniperti con 27 si porta via il titolo di cannoniere.
Campionato 1948/49
È passata una breve estate dalla fine del campionato precedente, riempita dal successo di
Gino Bartali al
Tour dieci anni dopo il suo primo trionfo, riempita da un'
Olimpiade in cui si è parlato tanto dei discoboli azzurri
Consolini e
Tosi, primo e secondo. Mentre si è parlato meno dei calciatori, che dopo un decennio, si ripresentano ai
Giochi di Londra '48 per riprendere le competizioni ufficiali. Un illusorio nove a zero sugli
Stati Uniti non basta, tre giorni dopo vengono eliminati dalla
Danimarca
per cinque a tre. Ma la preoccupazione di allestire una formazione
abbastanza "olimpica", senza assi strapagati, ha reso vulnerabile la
squadra. L'insuccesso di
Londra costa a
Pozzo il posto di commissario unico azzurro, e proprio
Novo prende il suo posto.
Riparte il campionato, a metà settembre, con un Torino sostanzialmente identico a quello dei precedenti scudetti; c'e il solo
Ossola stabilmente al posto di
Ferraris II che, a 36 anni, si trasferisce al
Novara. Ma il presidente Novo ha acquistato ancora per allargare la "rosa": arriva il
medianoRubens Fadini dalla Gallaratese;
Dino Ballarin, fratello di Aldo, portiere del Chioggia; il terzino
Operto dal
Casale; l'ungaro-cecoslovacco
Schubert, mezzala sinistra; gli attaccanti
Bongiorni e
Grava rispettivamente dal
Racing Parigi e dal
Roubaix. Tutti ragazzi che giungono entusiasti di inserirsi in quello squadrone e che purtroppo hanno il destino segnato.

II Torino si presenta al campionato un pochino stanco dopo una lunga tournée in
Brasile in cui ha incontrato Ie famose squadre del
Palmeiras,
Corinthians,
San Paulo,
Portuguesa, perdendo una sola volta. La squadra, la più famosa al
mondo, è richiestissima all'estero, tutti vogliono vedere il Torino,
giocare e misurarsi contro i granata. In questo torneo ridimensionato a
venti squadre dopo le 4 retrocessioni e 3 sole promozioni, guida le
operazioni granata
Egri Erbstein, in veste di direttore tecnico, con l'inglese
Leslie Lievesley allenatore.
Torino un po' stanco, si diceva. Poi ci si mettono alcuni infortuni a
Maroso,
Castigliano,
Menti, e
Tomà a creare qualche problema, senza dimenticare anche una lunga squalifica a
Ballarin. I granata, che all'esordio hanno battuto con una certa facilità la
Pro Patria, subiscono alla seconda giornata una inattesa sconfitta dall'
Atalanta; si riprendono con cinque successi consecutivi, fra cui quello importante del derby, ma cadono nuovamente, a
Milano, contro i
rossoneri. La gente si attende l'exploit del quinto scudetto consecutivo che eguaglierebbe l'incredibile primato della
Juventus anni trenta, ma il Torino resta in mischia a lottare con il
Genoa, l'
Inter, il Milan, l'incredibile
Lucchese allenata da
Viani.
II Torino ogni tanto cede la posizione di testa, poi la riconquista.
Termina il girone d'andata al primo posto alla pari con il Genoa, dal
quale ha subito la terza sconfitta stagionale. Un rotondo tre a zero
maturato nella ripresa, che sarà anche l'ultimo passo falso del
campionato. Come già nel recente passato, questo squadrone granata ha
enormi doti di fondo, comincia a correre quando gli altri accennano ad
avere il fiato grosso. Ecco perciò la marcia inarrestabile, con
Bongiorni che trova anche i suoi goal, con
Mazzola
che decide Ie partite piu difficili. II derby di ritorno è un trionfo
per i granata, che demoliscono con tre reti quella Juve forte di
John Hansen, il danese che con i suoi goal aveva eliminato l'
Italia dall'
Olimpiade di Londra.

II vantaggio sale inesorabilmente, il Torino arriva ad accumulare
fino a sei punti sull'Inter portatasi al secondo posto. Arrivano poi un
paio di pareggi (a
Trieste e a
Bari)
così da portare, alla vigilia della trentaquattresima giornata (ne
mancano cinque alla fine), il 30 aprile del '49, i nerazzurri a soli
quattro punti dai granata. Li attendono a Milano nello scontro diretto.
L'occasione è grossa, l'Inter spera: se batte i granata si porta a due
punti di svantaggio.
II Torino arriva a Milano, si batte "da toro" stringendosi attorno a
Bacigalupo, non segna ma non lascia segnare gli avversari, forti di un attacco ambizioso, con l'estroso
Lorenzi,
Amadei,
Campatelli, quel "diavolo" di
Nyers.
Ma quel Torino, quando vuole un risultato, difficilmente fallisce
l'obiettivo. Finisce 0-0 e il pareggio è una garanzia alla conquista
del quinto scudetto consecutivo.
Si può andare in
Portogallo a giocare l'amichevole contro il
Benfica. Tragicamente poi, nel viaggio aereo di ritorno, i granata si fermeranno a
Superga.
Giovanni Arpino
Mio Grande Torino
Rosso come il sangue
forte come il Barbera
voglio ricordarti adesso, mio grande Torino.
In quegli anni di affanni
unica e sola la tua bellezza era.
Venivamo dal niente, da guerra e da fame
Carri bestiame, tessere, galera,
fratelli morti in Russia e partigiani,
famiglie separate, perduta ogni bandiera.
Eravamo poveri, lividi, spaventati,
neanche un soldo sulla pelle e per lavorare
e dovevi sorridere, brigare, pregare
fino all’ultima goccia del tuo fiato.
Fumare voleva dire una cicca in quattro,
per divertirsi dovevamo ridere di poco,
per mangiare mangiavamo perfino i gatti,
non eravamo nessuno: i furbi come gli sciocchi.
Ma avevamo un fiore ed eri tu, Torino,
tagliata nell’acciaio era la tua bravura,
gioventù nostra che tutti i dispiaceri
portavi via con la tua faccia dura.
La tua faccia d’operaio, mio Valentino!
mio Castigliano, Riga, Loik, e quella peste
di Gabetto, che faceva venire tutti matti
con venti dribbling ed era già gol.
Filadelfia! Ma chi sarà il villano
a chiamarla un campo? Era una culla
di speranze, di vita, di rinascita,
era sognare, gridare, era la luna,
era la strada della nostra crescita.
Hai vinto il Mondo,
a vent’anni sei morto.
Mio Torino grande
Mio Torino forte.